La CSR solo un mezzo o anche un fine per l’impresa? 

il CSR

La CSR solo un mezzo o anche un fine per l’impresa? 

L’attenzione verso la dimensione etica e solidaristica dell’impresa è un fattore di grande interesse soprattutto in un contesto in cui l’attenzione verso la responsabilità sociale d’impresa è insita nella “visione moderna” dell’impresa. 

L’impresa, per sue caratteristiche, ha obblighi verso la società in cui opera. 

Dati questi presupposti la CSR [o RSI] serve ad indicare gli elementi e le variabili per cui l’impresa deve ritenersi responsabile. 

La nozione di CSR è un concetto che si contraddistingue per ampia varietà ed eterogeneità dei significati tale per cui oggi non esiste un’unica e univoca e specifica definizione di CSR. 

In Italia, nella prima ricerca Istat sulla CSR, il concetto è stato sintetizzato nei seguenti punti: 

  • presenza, tra i costi di produzione, della spesa per lo smaltimento di rifiuti, depurazione scarichi idrici, abbatti- mento delle emissioni atmosferiche; 
  • risparmio energetico; 
  • compartecipazione dei dipendenti alle decisioni d’impresa; 
  • acquisto di beni da produttori socialmente responsabili; 
  • vendita 
  • dei beni ad un prezzo che comprende una quota destinabile a fini sociali;
  • redazione di un bilancio sociale. 

Emerge, nel contesto attuale, come viga una numerosissima quantità di definizioni, sia accademiche che istituzionali, tese a descrivere il concetto di responsabilità sociale di impresa. Ad oggi nessuna di queste è capace in grado di dare una definizione univoca e universale sul “cosa” si intenda per CSR. Un fattore in grado di spiegare questa divergenza, oltre alla specificità della cultura che contraddistingue ogni impresa, risiede nel rapido cambiamento avvenuto negli ultimi decenni riguardo all’approccio di queste ultime verso doveri etici e sociali.

Il primo contributo pioneristico, in termine di CSR è quello di Bowen che ha parlato, nel 1953, di RSI legandola alla figura del “businessman” ed evidenziandone la sua volontarietà̀, per poi espandersi a livello di impresa.  

Secondo Pogutz (2007) gli elementi alla base della CSR sono, così:

  • la capacità dell’impresa di “andare oltre” la normativa [la scelta delle imprese adottano un comportamento socialmente responsabile indipendentemente dalle prescrizioni legali], 
  • lo stretto legame con la sostenibilità [la CSR è intrinsecamente connessa al concetto di “sviluppo sostenibile” e alla Triple Bottom Line], 
  • volontarietà [nonché l’adozione della RSI fa parte della libera scelta delle imprese.] 

Dati questi presupposti operare in linea con i principi della CSR è sinonimo di riuscire a controllare e a migliorare gli effetti sociali (responsabilità sociale) e ambientali (responsabilità ambientale) dell’attività di impresa. 

Queste azioni devono essere attuate nella consapevolezza che il principale obiettivo delle organizzazioni debba essere quello di creare valore per i portatori di interesse (responsabilità economica).

Comprendere quali siano le finalità che guidano e che definiscono un’impresa non è semplice dal momento che un’azienda, nel suo operare, si ritrova ad essere connessa a molteplici determinanti. 

L’approccio della CSR porta all definizione di una serie di quesiti che mostrano come le sue finalità e la sua operatività non devono essere sviluppate solo secondo una prospettiva del tipo “self-interested”, ma quanto piuttosto si basano sul riconoscimento di un suo impegno sociale verso una “comunità̀ di persone” oltre che nelle relazioni che intesse con la stessa.

Complesso è, quindi, riuscire a rispondere a tali domande ed è proprio per questo motivo che per soddisfare questo interrogativo ci si avvale di differenti teorie che sono state classificate, in relazione al cosiddetto “ruolo conferito alle imprese”, che nel corso dei decenni si sono affermate sulla CSR.  

Di particolare rilievo emerge la classificazione proposta da Klonoski nel 1991 nella sua opera “Foundational considerations in the corporate social responsibility debate”. 

All’interno della stessa lo studioso si propone di dare una risposta alla domanda: “Le imprese sono istituzioni sociali?” e sulla base della quale ha identificato tre prospettive alla RSI, ovvero:

  • “amoral view” (Friedman, 1962, 1993); 
  • “personal view” (French, 1990); 
  • “social view” (Freeman, 1984). 

Teorie neoclassiche e istituzionaliste

Alla base della CSR si pongono due gruppi omogenei di teorie nonché:

  • gruppo delle teorie neoclassiche
  • gruppo delle teorie istituzionaliste.

Le teorie neoclassiche identificano l’impresa come un soggetto economico, il quale opera guidato dal proprio self-interest (auto-interesse) tale per cui il suo scopo primario va a connotarsi come la massimizzazione del valore per il proprietario nonché l’azionista. 

In questo caso la società ottiene un beneficio connesso al delinearsi di una situazione dove avviene una più che efficiente allocazione delle (scarse) risorse. 

Secondo questo approccio neoclassico non sussiste nessun meccanismo istituzionale che differisce dall’allocazione del mercato, sia per quanto riguarda il mercato degli input e il mercato degli output. 

Questo significa che l’approccio riconosce come sola istituzione il mercato nonché il luogo dove vengono determinati i prezzi. 

L’approccio neoclassico afferma che le altre istituzioni non sono utili né efficienti in alcun senso e possono addirittura ostacolare le performance economiche. 

Ricadono all’interno del “mondo” delle teorie neoclassiche la “teoria friedmaniana”, la “teoria dei costi sociali” dell’impresa e quelli dei funzionalisti Klonoski (1991); Buono e Nichols (1985); Shaw e Barry (1995). 

Se da una parte si collocano le teorie neoclassiche, dall’altra si affermano le teorie istituzionaliste che riconoscono la società in termini di sviluppo e di evoluzione delle sue istituzioni (mercati, imprese, leggi, ecc.). 

Secondo gli istituzionalisti “il mercato è incastonato in altre istituzioni sociali e per questo esso viene promosso, creato e perfino disegnato da forze e istituzioni sociali” (Polany, 1944). 

Alla base di questo approccio emerge un pensiero socioeconomico, giuridico e politico secondo il quale le istituzioni sono le regole in base alle imprese e i consumatori “soddisfano” e non “massimizzano” il loro profitto e la loro utilità. 

L’approccio si fonda sull’idea secondo la quale le istituzioni non sono state create necessariamente per essere socialmente ed economicamente efficienti, ma nascono sulla base dell’obiettivo di riuscire a servire e preservare gli interessi di alcuni gruppi sociali e per creare nuove istituzioni. Dati questi presupposti, all’interno di questo contesto, si pone la visione secondo la quale le istituzioni determinano le relazioni economiche degli individui indipendentemente dai processi di razionalità e di massimizzazione.  

Rientrano all’interno delle teorie istituzionaliste tutte quelle che concernono il rapporto con il mondo esterno e le reazioni ad esso in modo non meccanico, giocano il ruolo nel cambiamento istituzionale. Di particolare rilievo si pone il contributo Teubner (1988) e Freeman (1984), ovvero la “teoria dell’impresa basata sul modello degli stakeholder”, (Freeman et al. 1999, Freeman and Ramakrishna, 2006) che evidenzia come l’impresa nel suo operare deve avere un approccio di tipo strumentale, tale per cui deve tener conto degli interessi degli stakeholder diversi dagli azionisti, oltre che uno di tipo normativo in forza al quale l’impresa è il luogo di mediazione fra gli interessi dei vari stakeholder, anche contrastanti.



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